Londra: Siamo tornate!

Le città mutano nel tempo, come le persone. Venticinque anni dopo sono tornata nella terra della Regina. L’ultima volta fu nei miei primi anni dell’adolescenza (camminavo ancora), e per me era una città diversa. Tornare a Londra è stata un’esperienza incredibile; ho trovato ricettività, accessibilità e intensità.
Ricettività perché ho potuto sentire, dal mio arrivo, come i legami sono cresciuti anche a distanza con i miei amici londinesi. Lolly, i suoi fratelli Tony e Gary, e la loro madre Maureen mi hanno accolto come parte della loro famiglia.Sabrina e Lolly a Parigi
L’accessibilità ci ha permesso di realizzare il programma turistico tra i tour per la città, i pub, concedendoci perfino un giorno a Parigi!
Intensità. Il nostro primo appuntamento con la ricerca è stato l’incontro con l’incredibile personale nell’ufficio di Spinal Research. Qui abbiamo formalizzato la donazione di 1.500 sterline; somma che è stata raccolta con Stand Up for a Cure – una festa che io e Lolly, membri delle Cure Girls, abbiamo organizzato in Brasile.
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In seguito abbiamo visitato il laboratorio della dottoressa Liz Bradbury al King’s College, che ci ha parlato dei suoi quindici anni di ricerca per la cura delle lesioni del midollo spinale. Abbiamo visto cose incredibili che utilizza nei suoi studi. Nel pomeriggio siamo andati nei laboratori dell’ UCL per avere informazioni su  un’altra linea di ricerca che cerca di trattare le lesioni croniche negli esseri umani ed è finanziata dalla Fondazione Nicholls Spinal Injury Foundation.
Abbiamo parlato con Charlotte che è il responsabile finanziario della NSIF e anche con la Prof.ssa Ying Li ed il suo team. alla nsifStiamo aspettando con ansia buone notizie per gli anni a venire! Grazie a questo viaggio, ho incontrato Loredana, la mia “cure girl sister” dall’Italia. Speriamo che presto tutti conosceranno ancora di più i progetti e le speranze di sette ragazze provenienti da tutto il mondo, che combattono per la cura delle lesioni spinali. Ci auguriamo che da questo incontro si realizzi la possibilità di avere trattamenti veramente efficaci per le lesioni del midollo spinale.
Il mio sogno è di vedere un concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park – e affinché ciò accada, le Cure Girls (ma anche gli attempati Mick & Co.) avranno bisogno che la scienza cammini al loro fianco.
“Non puoi ottenere sempre quello che vuoi, ma se provi, a volte…”
Cure Girl Sabrina
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London: The Cure Girls Are Back!

Just as we change, so do the cities. Twenty five years later I returned to the Queen’s land. Since I was last here in my early teens (and I still walked), it was a different city for me.

Sabrina e Lolly a ParigiLondon was an incredible experience for its receptivity, accessibility and intensity. Receptivity because I could feel, since my arrival, how the bonds have grown stronger even at a distance — Lolly, her brothers Tony and Gary and their mother Maureen welcomed me as part of the family we really are. The accessibility made it possible for us to fulfill the really intense schedule we had between pubs, Paris and occasional tourism.

Our first appointment was meeting the incredible staff at Spinal Research’s office and formalise the donation of £1,500 that was collected at Stand Up for a Cure — a party which me and Lolly, representing the Cure Girls, organized in Brazil. Our next step was a visit to the lab _DSC4467of Dr. Liz Bradbury at Kings College, where she talked about her fifteen years of research and search for the healing of spinal cord injuries. We got to see incredible things which she uses in her studies. In the afternoon we went to the UCL lab which outlines another line of research, seeking to treat chronic injuries in humans and is funded by the Nicholls Spinal Injury Foundation. We spoke to Charlotte who is the Finance Manager of NSIF and also the researcher Professor Ying Li and the team. alla nsifWe’re looking forward for the good news in the years to come! On that day I personally met Loredana, my “cure girl sister” from Italy. Hopefully, soon everyone will know even more about the projects and hopes from seven girls around the world fighting for the healing of spinal cord injuries. May the possibility of truly effective treatments for the spinal cord injury arise from this meeting. I’m still dreaming of watching a Rolling Stones concert in Hyde Park — and for this to happen, both Mick & Co. and Cure Girls will need science walking by our sides. “You can’t always get what you want, but if you try sometimes…”

Cure Girl Sabrina

Society for Neuroscience Meeting 2016- Il report del meeting a cura di Sam Maddox

San Diego, California – Il meeting annuale della “Society For Neuroscience” (SFN) si è tenuto a San Diego in novembre ed ha visto la partecipazione di oltre 30 000 ricercatori provenienti da 90 stati. Sono stati presentati oltre 15 000 studi riguardanti una grande varietà di patologie del cervello e del midollo spinale.Neuroscience 2016

Il meeting riempie un grande convention center con tante file di bacheche 1,5m per 1m, dove sono appesi poster in cui si illustrano i risultati di esperimenti recenti. L’area di esposizione é divisa in vari temi ed ogni poster viene esposto solo per mezza giornata. L’autore principale dello studio di solito è presente per rispondere alle domande dei visitatori. Una caratteristica importante dei poster è che spesso riportano i risultati di ricerche non ancora pubblicati, quindi sono notizie fresche che danno l’idea di cosa ci si può aspettare in futuro in questo campo.

Il resto dello spazio include espositori che vendono ogni sorta di attrezzatura per fare ricerca in questo campo come microscopi del costo di milioni di dollari. Si nota una grande diversità all’interno del campo delle neuroscienze sia dal punto di vista della scienza che dal tipo di attrezzature necessarie per fare ricerca.

Ci sono molte aree di ricerca specifiche come l’alzheimer, ischemia, dolore, sclerosi multipla, degenerazione della vista, autismo, traumi cerebrali, ecc.

Tra tutte queste informazioni, sono andato alla ricerca di ciò che riguarda le lesioni midollari croniche. La maggior parte di ciò che viene presentato al SFN riguarda ricerca di laboratorio non ancora applicabile all’uomo, una miriade di ipotesi vengono testate nella speranza di scoprire qualcosa di nuovo del sistema nervoso centrale. Il meeting può essere travolgente, ma la navigazione verso l’area che interessa ad un visitatore adesso è resa più facile da strumenti disponibili online e da app per smartphone. Per chi volesse saperne di più questo è il programma dove è possibile fare ricerche per argomento.

In questo articolo parlerò di alcune ricerche promettenti che riguardano la lesione spinale cronica:

1) modificazione della cicatrice per permettere ai nervi di crescere attraverso un ambiente ostile;

2) uso di terapie cellulari per indurre un recupero funzionale dopo una lesione midollare.

La cicatrice:

Dopo la lesione al midollo spinale l’area danneggiata perde molte cellule nervose che vengono portate via dalla risposta immunitaria e si ha la formazione di una cavità contornata da un tipo di tessuto cicatriziale che delimita la zona della lesione. I nervi hanno una certa capacità di crescita dopo il trauma, ma questa cicatrice rappresenta una barriera. Jerry Silver, uno scienziato della Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio – USA, è stato il primo a caratterizzare questo componente della cicatrice (chondroitin solfato proteoglicani) e a cercare un modo per rimuoverla.  Il prof. Silver e altri ricercatori hanno scoperto un enzima batterico chiamato condroitinase in grado di disgregare la cicatrice anche nelle lesioni croniche. Chi segue la ricerca sulle lesione spinali croniche ne avrà sentito parlare con il soprannome di “Chase” che è stato usato negli esperimenti per permettere agli assoni di superare la cicatrice e portare ad un recupero funzionale significativo. E’ un’idea semplice: applicare l’enzima per aprire la strada alla rigenerazione ma al momento ci sono ancora problemi per applicare il Chase in maniera sicura nell’uomo.

In precedenza il prof. Silver ha usato il Chase insieme con un piccolo trapianto di nervo periferico per ricollegare il midollo e recuperare la funzione respiratoria in animali da laboratorio tetraplegici. Nel 2011 ha detto: “Il nostro lavoro è attualmente la dimostrazione più convincente del ripristino di funzioni dopo la paralisi”.

Mentre visitavo i vari poster ho incontrato il Prof. Silver che è sicuramente uno dei ricercatori più speranzosi per quanto riguarda la lesione midollare cronica e raccontava con entusiasmo del recupero straordinario ottenuto nella sua ultima ricerca dove animali con paralisi da lui definita “super cronica” (un anno e mezzo dopo la lesione) hanno recuperato la capacità di respirare in modo quasi normale dopo un’applicazione di Chase e serotonina (una sostanza necessaria per la trasmissione nervosa).

“Questo è il risultato di 30 anni di lavoro”, ha detto il prof. Silver. “Sembra che più sia cronica la lesione, migliore sia il risultato. Avevamo degli animali con lesione  midollare che gli paralizzava uno dei due polmoni di cui ci eravamo quasi dimenticati ed allora abbiamo pensato di usarli per fare un esperimento un po’ azzardato. Il risultato è stato straordinario, in due settimane c’è stato un recupero quasi completo della respirazione. A volte gli incidenti portano cose buone!”

Il prof. Silver ha continuato dicendo che adesso intende cercare il modo di far funzionare questa terapia anche per recuperare altre funzioni oltre la respirazione come l’uso delle mani o il controllo della vescica usando il Chase o un peptide sviluppato dal suo laboratorio capace di evitare che le fibre nervose che tentano di ricrescere si blocchino su una proteina zuccherosa.

Quando ho incontrato il prof Silver, stava guardando il poster presentato da Emily Burnside, un membro del laboratorio di Elizabeth Bradbury del King’s College di Londra che sono dei leader nello studio dell’uso di Chase nelle lesioni midollari. La prof Bradbury è impegnata in un progetto di ricerca chiamato “CHASE-IT”, che ha lo scopo di sperimentare questa terapia sull’uomo. Questa progetto è finanziato dalla fondazione “Spinal Research” che ha sede a Londra.

emily-burnsideLo studio di Emily Burnside “Regulateable Chondroitinase ABC” gene therapy as a treatment for spinal cord injury” (Terapia genetica per la Regolabilità del Chase come trattamento delle lesioni midollari) potrebbe accelerare i tempi per la sperimentazione sull’uomo del Chase. La dr.ssa Burnside ha spiegato che uno dei problemi del Chase è che una volta somministrato rimane attivo per pochi giorni, mentre servirebbe che rimanesse attivo più a lungo, quindi andrebbe iniettato ripetutamente nel midollo.  Nel suo studio hanno somministrato il Chase al midollo spinale lesionato di animali attraverso una strategia per modificare geneticamente le cellule nella zona della lesione in modo che le cellule stesse producessero il Chase. In questo modo si è risolto il problema di doverlo iniettare ripetutamente e si è ottenuto sia un forte contenimento del danno che un recupero funzionale importate sia in lesioni midollari a livello toracico che cervicale.

Un problema di questo approccio è che ad un certo punto si deve cessare la produzione di Chase da parte delle cellule, altrimenti si potrebbero avere effetti indesiderati. La dott.ssa Burnside ha risolto questo problema introducendo un altro virus che funziona come un interruttore in modo da poterne cessare la produzione quando necessario.

Il team della prof.ssa Bradbury ha presentato i risultati anche di altre ricerche. In uno studio particolarmente interessante condotto in collaborazione con il prof. James Guest del “Miami Project to Cure Paralysis” i ricercatori hanno ottenuto un recupero funzionale in primati a cui è stato somministrato il Chase in combinazione con un trapianto di cellule di Schwann. Il prof. Guest attualmente sta conducendo una sperimentazione sull’uomo in cui si trapiantano cellule di Schwann su pazienti con lesione midollare da almeno un anno.

Successivamente ho visto un altro poster riguardante la cicatrice. In questo studio svolto nei laboratori di Michael Sofroniew dell’Università della California di Los Angeles (UCLA) si dimostra che gli astrociti (un tipo di cellula che compone il tessuto cicatriziale) non sono un ostacolo alla rigenerazione come si pensa, ma invece aiutano la rigenerazione stessa. Infatti in questo studio in cui hanno somministrato dei farmaci che aiutano la rigenerazione delle fibre nervose, hanno visto una maggiore rigenerazione negli animali in cui gli astrociti erano presenti rispetto a quelli in cui erano stati rimossi.

Terapie Cellulari

Paul Lu è un ricercatore che lavora a San Diego nel laboratorio del prof. Mark Tuszynski, unpaul-lu ricercatore esperto che come il prof. Silver non ha mai perso la speranza nel cercare il modo di rigenerare il midollo spinale. Il dr. Lu è personalmente motivato a trovare una cura per le lesioni midollari croniche in quanto egli stesso è paralizzato dal 1996 a seguito di un incidente stradale. Egli ha condotto diversi studi molto importanti basati sull’uso di cellule staminali. In particolare in uno studio del 2012, in cui  ha trapiantato nel midollo spinale cellule staminali neurali insieme alla somministrazione di un cocktail di farmaci che aiutano la rigenerazione, ha ottenuto una crescita abbondante di fibre nervose e anche se ciò per ora non è stato accompagnato da un recupero funzionale il dr. Lu ci sta lavorando per poterci arrivare.

In uno degli studi che ha presentato al SFN sono state trapiantate cellule neurali in primati e anche in questo caso si è visto che le cellule trapiantate si sono sviluppate generando fibre nervose lunghe fino a 50mm, ma questa tecnica necessita di essere ottimizzata prima che la si possa testare nell’uomo.

In un altro poster sono stati presentati i risultati di un altro esperimento in cui dopo un trapianto di cellule leggermente diverse, si è ottenuta un crescita delle fibre nervose danneggiate dalla lesione invece che la crescita di fibre nervose dalle cellule trapiantate e ciò ha portato anche ad un recupero funzionale. Questo studio è stato fatto nella fase sub-acuta (due settimane dopo la lesione), ma attualmente stanno testando questa terapia anche nelle lesioni croniche.

Un’altra area su cui il prof. Tuszyski e il dr. Lu stanno lavorando è l’uso di cellule attivabili con la luce (optogenetica) allo scopo di ottenere migliori connessioni e di poterle attivare e disattivare nel corso degli esperimenti. Inoltre stanno anche lavorando sui “master regulators” ovvero i geni che potrebbero attivare la rigenerazione delle fibre nervose.

Il Dr. Lu mi ha spiegato che il prossimo grande miglioramento riguarderà le cellule, nel senso che adesso sono state sviluppate tecniche per modificare le cellule del proprio corpo in modo da ottenere un tipo di cellula che svolga precisamente il lavoro necessario per riparare il danno al tessuto midollare. Queste cellule sono chiamate iPSC  (induced Pluripotent Stem Cells).

C’erano molti poster che riguardavano le iPSC e se è vero che per molti aspetti le iPSC sono più sicure delle cellule staminali embrionali anche le iPSC come le embrionali possono formare tumori, quindi è necessario arrivare ad una qualità genetica tale da poter escludere totalmente il rischio che le cellule possano sviluppare tumori prima di poterle testare nell’uomo.

Il Laboratorio di Michael Fehlings dell’Università di Toronto lavora attivamente su diverse potenziali terapie per le lesioni midollari, incluse le iPSC. In un poster presentato alla SFN dal suo gruppo di ricerca si spiega che hanno trapiantato cellule modificate per produrre una molecola che aiuta la crescita di fibre nervose chiamata GDNF. Negli animali sono state trapiantate le cellule due settimane dopo la lesione (quindi questa non è considerata una lesione cronica), ma hanno mostrato un recupero migliore di quelli a cui sono state trapiantate cellule senza questa modifica.

Alla fine però potrebbe non esserci la necessità di trapiantare cellule dall’esterno perché alcuni ricercatori hanno trovato il modo di manipolare le cellule già presenti nel nostro corpo in modo che svolgano le funzioni necessarie alla riparazione del danno al midollo spinale.

Il dr. Lu ha notato il lavoro di Chun-Li Zhang, del UT Southwestern Medical Center di Dallas (USA) che ha riprogrammato astrociti presenti nella cicatrice trasformandoli in neuroni.

Il prof. Zhang ha presentato al SFN uno studio in cui ha creato motoneuroni spinali partendo da cellule della pelle. Poi ha presentato anche un altro studio (a cui faceva riferimento il dr. Lu) che riguarda la riprogrammazione di neuroni in animali viventi che ha un grande interesse per le lesioni midollari in cui concludono dicendo: “Our ability to successfully produce a large population of long-lived and diverse subtypes of new neurons in the adult spinal cord provides a cellular basis for regeneration-based therapy for SCI.” (La nostra capacità di produrre una grande e longeva popolazione di diversi sotto-tipi di nuovi neuroni nel midollo spinale adulto fornisce una base cellulare per terapie basate sulla rigenerazione per le lesioni midollari).

– by Sam Maddox

Our visit to the laboratories of Pharmacology, Department of Science Health, University of Milan

On January 20th 2014 the Cure Girls went to visit the labs of pharmacology of the university of Milan and met with Dr. Daniele Bottai. He showed us the new labs and gave us an interview to explain what his team is working on with regards to a cure for SCI.

1. Can you briefly describe the research that you are doing in relation to spinal cord injury?

When in 2006, I moved at the University of Milan, I have begun to get interested in Spinal Cord Injury (SCI) using a new (at the time) “drug”: neural stem cells. Between 2002 and 2006, I worked in the Laboratory of Professor Angelo Vescovi where I learned to manipulate neural stem cells (from different regions of the brain) both human and mouse.

In these 8 years spent to the University of Milan we have been studying the role of different types of stem cell in transplantation in animal model of SCI, in particular, we have studied the effects of murine embryonic and neural stem cells and human amniotic fluid (AFCS ) with the purpose to find the sources of stem cells that were an available source and with the appropriate characteristics for the treatment of neurological diseases .

In general, we can say that these cellular processes (performed in acute spinal cord lesion) have positive effects and are significant from a functional and morphological point of view. After treatment with the cells listed above, the mice returned to walk (albeit not the same as they did before the lesion); while lesioned not treated animals are able to move their hind limbs, but not to walk. (These results have been summarized in three scientific papers:

D. Bottai, D. Cigognini, L. Madaschi, R. Adami, E. Nicora, M. Menarini, A.M. Di Giulio, A. Gorio (2010).Embryonic Stem Cells Promote Motor Recovery and Affect Inflammatory Cell Infiltration in the Spinal Cord Injured Mice Experimental Neurology 223, 452-463 ;

D.  Bottai , L. Madaschi, A.M. Di Giulio and A. Gorio. (2008) Viability -Dependent Promoting Action of Adult Neural Precursors in Spinal Cord Injury . Molecular Medicine , 14 (9-10), 634-644.

 On the bases of these results, we asked what was the mechanism that caused this improvement.

The answer was that in this model the role of animal cells is purely trophic and they are not going to replace, if not in small portion, damaged or dead cells.

Various are the trophic molecules (cytokines) that are involved in this phenomenon. Recently, we have focused our attention on amniotic fluid cells. We chose this cell type because their availability since the at term cesarean delivery could represent an unlimited source of stem cells with no ethical issues and few risks for the child and the mother.

In a work that a few days ago has been accepted for publication (D. Bottai , G. Scesa , D. Cigognini, R. Adami , E.. Nicora, S. Abrignani, A.M. Di Giulio, and A. Gorio Third trimester amniotic fluid NG2 -positive cells are effective in improving on repair in spinal cord injury. Experimental Neurology.) we have shown that a trophic factor, produced by the AFCS, which is important for the induction of the morphofunctional recovery, was the hepatocyte growth factor (HGF) and that this cytokine was produced only by particular sub- populations of our cells or those expressing on their surface the NG2 protein (a membrane proteoglycan). Such a membrane protein can be hopefully used in the future to select from the amniotic fluid liquid the cells that express NG2 and so have a therapeutic action.

We are currently investigating what is the correlation between NG2 and HGF.

2. Acute injury or chronic injury present any difference for a research approach? Could you explains the differences and the advantages and disadvantages.

I do not think we can talk about differences between acute and chronic lesion in terms of advantages and disadvantages. These are two different pathological conditions, the acute progress into the chronic with the passage of time mostly because there is a de- myelination process.

In this context, we are dealing with two different types of patients the acute ones, namely that a few days or weeks have suffered damage to the spinal cord which have a very extensive inflammatory condition that exacerbates the primary mechanical injury further damaging the tissue and those, who instead, underwent chronic spinal cord injury for more time (months and years) in which degeneration induced by primary damage and the secondary SCI causes the formation of a cavity surrounded by the glial scar that separates the lesion from the undamaged tissue and prevent nerve regeneration.

Currently the researcher and clinician are faced with these types of patients because in the first instance they have not been able to prepare effective therapies to treat acute patients.

The therapeutic approach to the patient who recently underwent spinal damage is intended to reduce the compression state and to control the secondary damage due to inflammation through the drug methylprednisolone, inter alia, that approach does not seem to have a sufficient efficacy, as evidenced by the fact that the number of chronically para or quadriplegics is unfortunately increasing.

In the chronic patient instead we find ourselves facing a very different situation with the blood-brain barrier that is closed, and a glial scar consisting mainly of fibroblasts from the meninges and reactive astrocytes that produce proteoglycans (extracellular matrix molecules) that are responsible for the inhibition growth of axons.

In this situation, the therapeutic approach is vastly different from that prepared in the state of acute spinal cord injury.

In fact, removal (either mechanical – surgical or enzymatic) is a sine qua non con-diction in order to prepare any kind of intervention to restore or replace dead or damaged cells and rebuild the axons making them grow in the appropriate direction.

In this context, the treatment of chronic patients need multiple concurrent interventions:

  1.   Treatment with drugs that induce axonal regeneration;
  2.   Treatment with drugs that reduce the inhibitory effects of glial scar both mechanical and enzymatic chondroitinase that due to factors such as chemical inhibitors, blockers of Nogo and other myelin components;
  3.   Treatment with cells or systems consisting of nanomaterials and cells.

Some of these approaches were ineffective few years ago but in the light of developments in nanomaterials and new types of stem cells I think it might be appropriate to re-examine these pathways.

3. How do you think we can solve the problem of scar?

As I mentioned in the previous answer, in order to find an approach that leads to the recovery of sensory and motor pathways, it is necessary to make the scar area permissive for the survival of cells that are transplanted and that would allow axonal growth in the manner to ensure the recovery of the routes of transmission.

With this in mind, scar removal is definitely needed and should be prepared to minimize the risk of inducing further damage.

In this context, the experimental work in the preclinical phase or with animal models is essential but at the same time very complex given that small animals have practical difficulties of intervention and larger animals have problems is housing costs that are beyond the economical capability of most the laboratories that I know.

Finally, the translation of the results obtained in the preclinical stage is very difficult for a variety of patients such as those with spinal cord injury whose disease is highly variable due to the fact that the damage is very random and therefore leads to differences between the patient and the other.

4. Can you apply your research to Chronic Spinal Cord Injury?

The applicability of the cells in the amniotic fluid in models of chronic spinal cord injury must be verified experimentally, so I can say a priori that such an intervention can be prepared but obviously need the appropriate adjustments of the experimental protocol. In fact, while in the acute model we have a purely trophic action in the case of chronic treatment the intervention should be at the level of local scar in order to determine whether these cells could contribute to modify the scar itself and reconstitute the ways by means of the differentiation in cells central nervous system (neurons, oligodendrocytes and astrocytes) or by inducing endogenous stem cells to differentiate into mature cells. In this context, previous treatment with chondroitinase could improve the success of the experiment.

5. Do you have collaborations with other research institutions ? Which ones?

As I mentioned in our discussion in the institute , I believe that partnerships are the lifeblood of research. In recent years I have had collaborations with various research groups and consortia. Firstly put the FUNGENES: Functional Genomics of Human Embryonic Stem Cells; funded by the European Economic Community, Sixth Framework Programme. (€ 500,000 for 3 years) (in collaboration with Prof. A.L. Vescovi of which I was the deputy). This project was set out to investigate the characteristics proliferative and differentiative of stem cells (especially embryonic). This project involved and brought together about a dozen institutions across Europe and basically was the first step that allowed me to improve my knowledge on stem cells.

– Study of functional recovery induced by transplantation of neural stem cells in animal models of acute spinal cord contusion, funded by Fondazione Cariplo.(€ 300,000 for 2 years) (Coordinator Prof. A.L. Vescovi).

It was a project that introduced me in the world of spinal cord injury, and thanks to Prof. Vescovi, the project that make me chose to continue the research in neurodegenerative diseases

– Neural stem cells: a new approach to mobile spinal muscular atrophy; Asamsi non-profit organization funded by foundations and Families of SMA Italy . (Head with Prof. A. L. Vescovi) .

I am also currently working on the project “Role of stem cells in the treatment of glaucoma” (glaucoma is a neurodegenerative disease) with Professor Mario Luca Rossetti, which conducts clinical and research in my department and with Dr. Valentina Massa (which also works in my department) for a study of neurological disorders.

6. What are the steps needed to translate your result in human?

To start a clinical trial phase 1-2, that provide the safety analysis (which most likely this type of cells have since they belong to the class of mesenchymal which have already been extensively tested in several clinical trials) and effectiveness, our results must be first validated in other laboratories. Subsequently, it will be necessary to derive the cells so that they are compatible with the transplant in humans that means that the cells must satisfy conditions of Good Manufacturing Practice (GMP ) that involves the use of materials “human grade” in order to reduce the risk to the patient (for pathologies as the well- known prion disease such as mad cow disease. This procedure is currently out of our economical availability as it requires economical conditions of sterility and purity that we cannot get unless you build the appropriate laboratories.

7. Is there any particular obstacle that slows down your work?

The current financial situation of our country, where the cuts have affected many strategic sectors of the economy and cultural is experienced by us researchers, with much apprehension. While it is true that funding should be allocated to those who do the research and then excellence must be a prerequisite for this contingency (Italian and international), cuts in recent time unfortunately affected groups or researchers that produce high quality work. So there is now the hope that this trend may change and that organizations and associations (onlus) can help the researcher by funding specific projects.

We thank Dr. Bottai for his precious work and for giving us the opportunity to visit the center and for answering our questions.

Cure Girls Arcangela, Marina and Loredana

 

Visita ai laboratori di farmacologia dell’ospedale San Paolo di Milano – Intervista al Dr. Bottai

Lunedì 20 gennaio le Cure Girls sono state in visita ai laboratori di farmacologia dell’ospedale San Paolo di Milano.

Di seguito potrete leggere l’intervista che ci ha gentilmente rilasciato il Dr. Daniele Bottai.

  1. Dr. Bottai ci descrive brevemente la ricerca che state portando avanti in merito alle lesioni spinali?

“Da quando, nel 2006, mi sono trasferito all’Università degli Studi di Milano ho iniziato ad interessarmi di Lesione Spinale utilizzando un nuovo (a quei tempi) strumento “farmacologico”: le cellule staminali neurali. Avevo lavorato per 3 anni nel Laboratorio del Professor  Angelo L. Vescovi e avevo imparato a manipolare le cellule staminali neurali (cioè provenienti da alcune regioni del cervello) sia umane che di topo.

In questi 8 anni passati all’Università degli Studi di Milano siamo riusciti a studiare il ruolo di diversi tipi di cellule staminali nel trapianto in animali cha avevano subito una lesione spinale, in particolare abbiamo studiato gli effetti di cellule staminali neurali e embrionali murine e umane del liquido amniotico (AFCs) con il proposito di trovare delle fonti di cellule staminali che fossero facilmente reperibili e con le appropriate caratteristiche per il trattamento di patologie neurologiche.

In generale possiamo dire che questi trattamenti cellulari (effettuati in acuto) hanno effetti decisamente positivi e statisticamente significativi da un punto di vista funzionale (motorio) e morfologico. Dopo trattamento con le cellule sopra elencate, i topi tornano a camminare (anche se in maniera non uguale a come facevano prima della lesione); mentre gli animali lesionati e non trattati sono in grado di muovere gli arti posteriori ma non di camminare. Questi risultati sono stati riassunti in 3 lavori scientifici:

Bottai D., Cigognini D., Madaschi L., Adami R., Nicora E., Menarini M., Di Giulio A. M., Gorio A. (2010). Embryonic Stem Cells Promote Motor Recovery and Affect Inflammatory Cell Infiltration in Spinal Cord Injured Mice. Experimental Neurology 223; 452–463;

Bottai D., Madaschi L., Di Giulio A. M. and Gorio A.. (2008) Viability-Dependent Promoting Action of Adult Neural Precursors in Spinal Cord Injury. Molecular Medicine, 14(9-10); 634-644.

In base a questi risultati ci siamo quindi chiesti quale fosse il meccanismo che induceva questo miglioramento nell’animale.

La risposta è stata che in questo modello animale il ruolo delle cellule è prettamente trofico e esse non vanno a sostituire, se non in minima parte, le cellule danneggiate o morte.

Varie sono le molecole trofiche (citochine) che sono coinvolte in questo fenomeno. Recentemente ci siamo concentrati sulle cellule del liquido amniotico. Abbiamo scelto questo tipo di cellule poiché la disponibilità di liquido amniotico da parti cesarei a termine è pressoché illimitata e non presenta problematiche di natura etica ed esigui rischi per il nascituro al momento del prelievo.

In un lavoro che pochi giorni fa ci è stato accettato per pubblicazione (Bottai D., Scesa G., Cigognini D., Adami R., Nicora N., Abrignani S., Di Giulio A.M., and Gorio A. Third trimester NG2-positive amniotic fluid cells are effective in improving repair in spinal cord injury. Experimental Neurology ) abbiamo dimostrato che un fattore trofico, prodotto dalle AFCs, importante per l’induzione del recupero morfofunzionale era il fattore di crescita degli epatociti (HGF) e che questa citochina veniva prodotta solo da particolari sub popolazioni delle nostre cellule ovvero quelle che esprimevano sulla loro superficie la proteina NG2 (un proteoglicano di membrana). Tale proteina di membrana potrà essere, si spera, utilizzata in futuro per selezionare tra le cellule del liquido amniotico quelle che hanno una azione terapeutica. Attualmente stiamo studiando quale sia la correlazione tra NG2 e HGF.”

2.      Ricerca su lesione acuta o su lesione cronica: ci spiega la differenza? Vantaggi e svantaggi.

“Non credo che possiamo parlare di differenze tra lesione acuta e cronica in termini di vantaggi e svantaggi, sono due condizioni patologiche diverse, ovviamente l’acuta progredisce nella cronica con il passare del tempo con un danno che è prevalentemente di de-mielinizzazione.

In questo contesto ci troviamo di fronte a due differenti tipologie di pazienti ovvero quelli acuti e cioè che da pochi giorni o settimane hanno subito il danno al midollo spinale i quali sono in uno stato infiammatorio molto pronunciato che esacerba il danno meccanico primario danneggiando ulteriormente il tessuto e quelli cronici che invece hanno subito il danno spinale da più tempo (mesi ed anni), in cui la degenerazione indotta dal danno primario e quello secondario della SCI causa la formazione di una cavità circondata dalla cicatrice gliale che separa la lesione dal tessuto non danneggiato ed impedisce la rigenerazione nervosa.

Attualmente il ricercatore ed il clinico si trovano davanti a queste due tipologie di pazienti poiché in prima istanza non sono stati capaci di approntare terapie efficaci per trattare i malati acuti.

L’approccio terapeutico per il paziente che da poco ha subito il danno spinale è indirizzato alla riduzione dello stato di compressione e al controllo del danno secondario dovuto all’infiammazione tramite il farmaco metil-prednisolone, approccio fra l’altro che non pare essere di una sufficiente efficacia, come si capisce dal fatto che il numero di para o tetraplegici cronici sta, purtroppo aumentando.

Nel paziente cronico invece ci troviamo di fronte ad una situazione ben differente con la barriera ematoencefalica che si è richiusa ed una cicatrice gliale costituita principalmente da fibroblasti provenienti dalle meningi e astrociti reattivi che producono proteoglicani (molecole della matrice extracellulare) che sono responsabili dell’inibizione della crescita di assoni.

In questa situazione l’approccio terapeutico è enormemente differente da quello approntato nello stato acuto della lesione spinale.

Infatti la rimozione (sia essa meccanico-chirurgica che enzimatica) è condizione sine qua non per poter approntare un qualsiasi tipo di intervento volto a ricostituire o rimpiazzare le cellule morte o danneggiate e a ricostruire gli assoni facendoli crescere nell’appropriata direzione.

In questo contesto il trattamento del paziente cronico necessita di più interventi concomitanti:

1)  Trattamento con farmaci che inducano la rigenerazione assonale;

2)  Trattamento con farmaci che riducano gli effetti inibitori della cicatrice gliale sia meccanici che enzimatici con condroitinasi che dovuti a fattori chimici inibitori come bloccanti di Nogo e altri componenti della mielina;

3)  Trattamento con cellule o sistemi costituiti da nanomateriali e cellule.

Alcuni di questi approcci qualche anno fa sono risultati inefficaci ma alla luce degli sviluppi dei nanomateriali e di nuove tipologie di cellule staminali credo che potrebbe essere appropriato ridiscutere queste vie.”

3.      Come pensate si possa risolvere il problema della cicatrice?

“Come ho già accennato nella precedente risposta, affinché si possa pensare ad un approccio che porti alla ricostituzione delle vie sensitive e motorie, occorre rendere la zona della cicatrice permissiva alla sopravvivenza di cellule che vi vengano trapiantate e che possa permettere la crescita assonale con le modalità atte a garantire la ricostituzione delle vie di trasmissione.

Con tale intento la rimozione della cicatrice è sicuramente necessaria e va approntata riducendo al minimo il rischio di indurre nuovi danni.

In questo contesto il lavoro sperimentale in fase preclinica ovvero con modelli animali è essenziale ma al contempo molto complesso dato che animali di piccole dimensioni presentano difficoltà pratiche di intervento e animali più grandi presentano delle problematiche sia di stabulazione e costi che sono fuori dalla portata della gran parte dei laboratori che conosco.

Infine la traduzione dei risultati ottenuti in fase preclinica è molto difficile per una tipologia di pazienti come quelli che hanno la lesione spinale la cui patologia è molto variabile a causa del fatto che il danno è molto casuale e quindi porta a differenze tra un paziente e l’altro”.

4.      Si può applicare la vostra ricerca alle Lesioni Spinali Croniche?

“L’applicabilità delle cellule nel liquido amniotico in modelli di lesione spinale cronica deve essere verificata sperimentalmente quindi a priori posso dire che tale intervento può essere approntato ma ovviamente con gli appropriati aggiustamenti di protocollo sperimentale. Infatti, mentre nel modello acuto noi abbiamo una azione prettamente trofica, nel caso del cronico si potrebbe eventualmente ipotizzare un trattamento locale a livello della cicatrice allo scopo di verificare se queste cellule possano contribuire a modificare la cicatrice stessa e a riformare le vie danneggiate sia differenziandosi in cellule del sistema nervoso centrale (neuroni, oligodendrociti e astrociti) oppure inducendo le cellule staminali endogene a differenziarsi in cellule mature. In questo contesto il precedente trattamento con condroitinasi potrebbe migliorare la riuscita dell’esperimento.”

5.      Avete collaborazioni con altri istituti di ricerca? Quali?

“Come ho accennato nella nostra discussione in istituto, ritengo che le collaborazioni siano la linfa vitale della ricerca, in questi anni ho avuto collaborazioni con vari gruppi di ricerca e consorzi. In primis metterei il progetto Fungenes: Functional Genomic of non Human Embryonic Stem Cells; finanziato dalla Comunita Economica Europea, VI Programma Quadro. (500000 € per 3 anni) (in collaborazione con il Prof. A. L. Vescovi di cui ero il deputy (viceresponsabile)). Tale progetto si prefiggeva di studiare caratteristiche proliferative e differenziative delle cellule staminali. Tale progetto coinvolgeva e raggruppava circa una ventina di istituti in tutta Europa e fondamentalmente è quello che mi ha permesso di meglio affinare le mie conoscenze sulle cellule staminali.

-Studio del recupero funzionale indotto dal trapianto di cellule staminali neurali in modelli animali acuti di contusioni del midollo spinale; finanziato dalla Fondazione Cariplo. (300000 € per 2 anni) (Coordinatore il Prof. A. L. Vescovi).

E’ stato un progetto che mi ha poi introdotto nel mondo della lesione spinale, e al quale devo, grazie all’aiuto del Prof. Vescovi, la scelta nel proseguire la ricerca nelle patologie neurodegenerative

-Cellule staminali neurali: un nuovo approccio cellulare per l’atrofia muscolare spinale; finanziato dalle Fondazioni Onlus Asamsi e Famiglie SMA Italia. (Responsabile con il Prof. A. L. Vescovi).

Inoltre sto attualmente collaborando per il progetto “Ruolo delle cellule staminali nella terapia del glaucoma” (il glaucoma è una patologia neurodegenerativa) con il Professor Luca Mario Rossetti, che svolge attività clinica e di ricerca nel mio Dipartimento e con la dottoressa Valentina Massa (che lavora sempre nel mio dipartimento) per uno studio su patologie neurologiche.”

6.      Quali sono i passi necessari per arrivare a sperimentare sull’uomo le vostre scoperte scientifiche?

“Per poter iniziare una fase clinica 1-2 e che cioè preveda lo studio della sicurezza (che molto probabilmente questo tipo di cellule hanno appartenendo alla classe delle mesenchimali che sono già ampiamente state testate in vari trial clinici) e di efficacia occorrerà prima la validazione da parte di altri laboratori dei risultati che abbiamo ottenuto. Successivamente occorrerà derivare le cellule in modo che siano compatibili con il trapianto nell’uomo ovvero trattarle in condizioni di Good manifacturing practice (GMP) che prevede l’utilizzo di materiali “human grade” allo scopo di ridurre il rischio per il paziente (per patologie prioniche come il ben noto Morbo della mucca pazza ad esempio). Questa procedura è attualmente fuori dalla nostra portata economica dato che necessita di condizioni di sterilità e di purezza che non possiamo ottenere a meno di non costruire dei laboratori appositi.”

7.      Esiste qualche ostacolo particolare che rallenta il vostro lavoro?

“L’attuale situazione finanziaria del nostro paese in cui i tagli hanno colpito molti settori economici e culturali strategici è vissuta, da noi ricercatori, con molta apprensione. Se è pur vero che i finanziamenti debbano essere assegnati a coloro che la ricerca la fanno e quindi la premialità all’eccellenza è una condizione essenziale in questa contingenza (italiana e mondiale), i tagli purtroppo negli ultimi anni hanno toccato anche i gruppi o i ricercatori che producono lavori di qualità. Non c’è quindi che da sperare che questo trend cambi e che eventualmente organizzazioni e associazioni (onlus) possano aiutare finanziando progetti mirati”.

Ringraziamo il dr. Daniele Bottai per la disponibilità e il tempo che ci ha dedicato.

 Cure Girls Arcangela, Marina e Loredana

Our Visit to the Center for Nanomedicine and Tissue Engineering in Milan

We were recently invited by Dr. Fabrizio Gelain  to visit the new ‘Center for Nanomedicine and Tissue Engineering’ (CNTE) located at the Niguarda Hospital in Milan, Italy.

dr. Fabrizio GelainDr. Gelain is co-director of the center and has been working on Spinal Cord Injury (SCI) research for several years. He showed us the new labs and gave us an interview to explain what his team is working on with regards to a cure for SCI.

1) Could you tell us about this new research center and the nanotechnologies that your team is working on?

“Nanotechnology is the production and/or manipulation of materials that have a dimension between 1 and 100 nano-meters; in other words 1 nano-meter = 1 millionth of a millimeter.

At the Center for Nanomedicine and Tissue Engineering (CNTE) we design, synthesize, characterize nanostructured bio-prosthesis that can be naturally absorbed by the body. Here we utilize principles of nanomedicine, physics, materials science, cellular biology and medicine to develop prosthesis implantable in living organisms to repair damaged tissues. Often nanotechnologies are only considered for creating nanoparticles for a controlled release of drugs, for some tumor therapies or for imaging techniques. Our work is dedicated to other important sections of nanomedicine. We synthesize scaffolds that may also contain cells to repair important lesions of biological tissues. We also conduct three-dimensional cell culture experiments in vitro: a more complex paradigm than 2D but much more reliable to predict results in living organisms. That allows us to reduce animal studies which is very important from an ethical point of view and it also significantly reduces time and costs of research.”

2)  How nanotechnology can be used to cure spinal cord injury (SCI)?

“In the case of severe injuries, a portion of biological tissue is lost and it becomes useful to use a scaffold rather than just a cell therapy approach as it is necessary to provide physical and biochemical guidance for endogenous tissue to make regeneration happen. At the same time a scaffold keeps in the right place transplanted cells and guides them to a proper engraftment with the host tissue. In case of SCI very often there is a formation of scar tissue and also of a cyst. In this damaged area it becomes very useful to use a scaffold. Furthermore we have the possibility to design our scaffolds at a molecular level. That allows us to control the integration of the scaffold with the biological tissue, to control the release of drugs contained in the scaffold and to transplant more accurately cells which are useful for regeneration.”

3)  What is the difference between acute SCI and chronic SCI?

“In humans SCI is considered acute in the first few days (up to few weeks) after the lesion. Then it becomes “sub-acute” and finally chronic and stable. When exactly SCI can be considered chronic is still controversial, but there is a growing consensus that SCI can be considered chronic after one year. From a pathophysiological perspective acute and chronic lesions are extremely different. Acute SCI has hematoma, damaged but still present tissue, a strong immune response etc.. Usually (except in very severe lesions such as a gunshot wound) there is still the presence of tissue structure that will be lost gradually moving toward the chronic stage. In this phase interventions have the goal to prevent the secondary damage using mechanisms of neuroprotection. After the cascade of events that starts with SCI (also known as “secondary damage”) we have the chronic lesion that has a greater loss of nerve fibres, a glial scar all around the lesion and often in humans there are also internal cavities. The cysts and the gliotic scar are a physical and chemical barrier to regeneration.  Moreover at this stage the lesion is much bigger in comparison to the acute lesion and that makes regeneration even more difficult.”

in laboratorio4)  Research on acute or chronic SCI, advantages and disadvantages: what have you chosen to focus on?

“Doing research on acute SCI is very different than doing chronic SCI research. Chronic has more hurdles; scientific, logistical and also in terms of resources. In case of acute SCI the goal is to find a cure for future patients, while in chronic SCI we try to find a cure for people that already suffer the consequences of SCI. Often both basic and clinical research focus on acute SCI as experimental paradigms are shorter (a few months instead of up to a year), costs are lower and usually lesions are less severe since the secondary damage has not yet occurred. This can lead to positive results but in very specific conditions of patients to come. We have done and published research on acute lesions to get a rapid screening of new solutions in case of multiple variables (= possible solutions) that we can change thanks to the nanotechnologies. Preliminary results in short term are essential, but for 12 years our main focus has been chronic SCI even given all the difficulties we have mentioned including longer timeframes for each experiment and much higher costs). Nonetheless we keep our mind on the real significance and translationality of results we have obtained and on the ones we hope to achieve.”

5)  What is your approach to solve the scar problem?

“The answer to this question is very complex and above all isn’t clear yet to us and to the scientific community in general. In many studies enzymes have been used to degrade essential components of the scar. This is a good approach to make the scar matrix weaker. In our case we have the necessity to have a space to insert the components of our scaffold (currently made of micro-tubes of about 200 micron in diameter) and at the moment we do a pre- treatment to weaken the scar which then needs to be partially removed surgically. Clearly this procedure is critical: the lesion has to be first studied in details using the most modern imaging techniques and then the previously weakened scar can be partially removed but leaving a safety layer of tissue to avoid damaging intact nervous tissue. Then one more treatment to weaken the scar (still using enzymes) can be done to facilitate axons to enter the implant. To be able to undertake this intervention it is essential to first do an accurate three-dimensional study of the lesion site.”

6)  In 2011 you published in ACS Nano the results of a study in which rats with chronic SCI have  shown a significant recovery. What progress has been made since then?

“We have continued to improve the approach that we used in the above mentioned study,  which was also just a starting point for the international scientific community. Indeed our results have been listed among the 5 more important recent discoveries in nanomedicine.  (Scientific American  ).

We have gone forward by improving chemical components and biological functionalities of the biomaterials and we have developed additional interventions (before and after surgery) that are essential to obtain stronger results. We have had better preliminary results, but because of the time and costs of this research we don’t have trustable results to share yet. Our general strategy consists of synergically merging the promising strategies already published by others with our discoveries (multidisciplinary approach) to develop a more complex but more promising therapy. We will keep presenting at symposia and publishing in international scientific journals our results so that they can be analyzed impartially by the scientific community and patients.”

7)  Do you collaborate with other groups of research?

“We have several national and international collaborations. In Italy the most important ones are with the Casa Sollievo della Sofferenza Hospital from S. Giovanni Rotondo with which we share many important parts of our projects and the Cell Factory of Terni. Additionally, we collaborate with the University of Milan-Bicocca, the University of Trieste and others. Internationally we have important collaborations with scientific teams at the Massachusetts Institute of Technology, the Lawrence Berkeley National Lab, the University of Alberta and the University of Florida. We remain very open to new collaborations since it is when different disciplines merge that the best results occur.  I also believe that regeneration of the spinal cord is a very complex target, well beyond a single approach.”

8)  What are the necessary steps to bring your discoveries to clinical trials?

“Before we can start clinical trials our results needs to be replicated by independent labs. Meanwhile, as I have said at the moment we are improving our approach with the goal to improve the results and make it applicable on people. Then we will need to produce our bioprostheses to standard GMP (Good Manufacture Practice) to meet the quality criteria necessary for clinical application. Lastly we will have to apply to ethical and medical authorities and do all the necessary paper work to get the authorization to conduct clinical trials.”

9)  Is there any particular obstacle?

“Unfortunately the main obstacle is the lack of funding and that is slowing down our progress. We have a tremendous potential but we proceed at a much slower speed than we could.”

10)   What economic resources are necessary to get ready for clinical trials?

“That is a very critical question; I can say that in terms of infrastructures we have made good progress in the last few years. The critical aspect at the moment is to hire more people to do the necessary research work. We will then need funding to produce GMP bioprostheses and finally to do all the paper work to get the authorization to do a phase I clinical trial. All this will require a few million Euros.”

We thank Dr. Gelain for his precious work and for giving us the opportunity to visit the center and for answering our questions.

Cure Girls Loredana and Arcangela

 

VISITA AL NUOVO CENTRO DI NANOMEDICINA E INGEGNERIA DEI TESSUTI PRESSO L’OSPEDALE NIGUARDA DI MILANO

Qualche giorno fa siamo state invitate dal dr. Fabrizio Gelain  a visitare il nuovo Centro di Nanomedicina e Ingegneria dei Tessuti (Center for Nanomedicine and Tissue Engineering – CNTE) presso l’ospedale Niguarda Ca’Granda di Milano.

dr. Fabrizio GelainIl dr. Gelain, che è co-direttore del centro e da tempo si occupa di ricerca per la cura delle lesioni spinali, ci ha mostrato i nuovi laboratori e ci ha gentilmente concesso un’intervista per spiegarci il lavoro del suo team.

1)  Dr. Gelain, ci descrive brevemente questo nuovo centro di ricerca e in cosa consistono le nanotecnologie di cui si occupa il suo team?

“Per nanotecnologia si intende la produzione o manipolazione conscia di tutto ciò che ha almeno una delle tre dimensioni tra 1 e 100 nanometri: per rendere l’idea un nanometro è un milionesimo di millimetro.

Al “Center for Nanomedicine and Tissue Engineering” (acronimco CNTE) ci occupiamo della progettazione, sintesi e caratterizzazione di bioprotesi nanostrutturate bioriassorbibili. Utilizziamo cioè principi della nanomedicina, della fisica, della scienza dei materiali, della biologia cellulare e della medicina per sviluppare e testare protesi impiantabili negli organismi viventi, con lo scopo di ricostruire i tessuti lesionati: protesi che una volta impiantate lentamente vengono degradate dal corpo. Spesso le nanotecnologie vengono ristrette alla “sola” progettazione di nanoparticelle per il rilascio controllato di farmaci di varia natura o per terapie specifiche per il trattamento di tumori e per imaging mirato. Senza voler togliere nulla a queste applicazioni in realtà c’è molto di più, e di parte di quel di più (peraltro molto ampio) ci occupiamo noi. Da un lato abbiamo la ricostruzione di tessuti utilizzando supporti (chiamati anche “scaffold”) con eventualmente al loro interno cellule per la ricostruzione di lesioni importanti di tessuto biologico; dall’altro conduciamo sperimentazioni in vitro su colture cellulari tridimensionali, un paradigma sperimentale un po’ più complicato di quelli standard in 2D ma più affidabile in termini di predittività  dei risultati ottenuti in laboratorio rispetto a quelli negli organismi viventi. In sostanza, avendo modelli di tessuto ibrido in laboratorio che risultano essere più affidabili è possibile diminuire drasticamente la sperimentazione animale: e questa è un’ottima cosa sia dal punto di vista etico che da quello di costi, tempistiche e riproducibilità dei risultati.”

2)  Come possono essere impiegate le nanotecnologie nella cura per le lesioni spinali?

“Il principio tramite il quale è opportuno utilizzare uno scaffold e non la sola terapia cellulare è basato sul fatto che in caso di lesioni “importanti” dove vengono a mancare porzioni intere di tessuto biologico è necessario un supporto fisico in grado di guidare (sia fisicamente che biochimicamente) il tessuto endogeno a rigenerarsi ed eventualmente anche a mantenere in posizione le cellule eventualmente trapiantate, guidandone la loro integrazione con il tessuto ospitante. Nelle lesioni spinali purtroppo si vengono spesso a formare significative lesioni cicatriziali ed anche vere e proprie cisti acquose: in questo caso quindi, in tale spazio danneggiato irreparabilmente è auspicabile utilizzare degli scaffold. A questo va inoltre sommata la possibilità di progettare i nostri supporti a livello molecolare, cosa che ci consente un grado di precisione non indifferente e potenzialità non comuni. Possiamo difatti pilotare l’interazione degli scaffold con il tessuto biologico, possiamo progettare un rilascio nel tempo di farmaci provenienti dall’impianto, e possiamo trapiantare con maggior cura delle cellule utili alla rigenerazione.”

3)  Può spiegare la differenza tra una lesione acuta e una lesione cronica?

“Certamente, nell’essere umano una lesione spinale può considerarsi acuta nei primi giorni (fino a poche settimane) dalla lesione stessa, dopodiché’ essa diventa sub-acuta e cronicizza fino a diventare appunto cronica e stabile. L’inizio della fase cronica in ambito umano è piuttosto oggetto di controversie: tuttavia ha preso luogo l’ipotesi che la lesione sia cronicizzata dopo un anno dalla lesione iniziale, mentre tra le due fasi (acuta e cronica) la lesione viene considerata appunto come sub-acuta. Dal punto di vista patofisiologico i due tipi di lesione sono estremamente differenti: nel primo caso abbiamo la presenza di ematomi, versamenti e lacerazioni dovuti al trauma iniziale, una citoarchitettura danneggiata ma ancora presente, ed una forte risposta immunitaria in corso. Solitamente, a meno di lesioni traumatiche particolarmente gravi (ad es. da arma da fuoco) nelle lesioni acute si ha ancora buona parte l’impalcatura del tessuto nervoso che successivamente si andrà a perdere con il cronicizzarsi della lesione stessa ancora presente e su questo si può intervenire limitando i danni del decorso standard della lesione midollare: si puo’ andare cioè anche a salvaguardare porzioni di tessuto circostanti la lesione ed ancora funzionali sfruttando meccanismi di neuroprotezione. Dall’altra parte, a seguito di una complessa cascata di eventi riassunta col nome di danno secondario, abbiamo nella lesione cronicizzata una perdita ben maggiore di fibre nervose, la deposizione di tessuto cicatriziale tutto attorno alla lesione e spesso nell’uomo anche la formazione di cavità interne. La cisti/cicatrice gliotica così ottenute costituiscono una barriera sia fisica che chimica ad ogni tentativo di rigenerazione nervosa: a questo punto la lesione si è notevolmente ingrandita rispetto all’insulto iniziale, maggiori sezioni di tessuto sono andate perdute e quindi la rigenerazione è ancor più difficile.”

in laboratorio4)  Ricerca su lesione acuta o su lesione cronica: Che scelta avete fatto voi e perché?  Vantaggi e svantaggi.

“Fare ricerca su lesione acuta o cronica fa molta differenza, sia dal punto di vista degli ostacoli “scientifici” da dover affrontare che da quelli logistici e di risorse. Nel primo caso anzitutto vuol dire cercare una cura per i futuri pazienti, nel secondo invece vuol dire cercare di trovare una soluzione per coloro che già oggi soffrono delle nefaste conseguenze di una lesione spinale. Spesso però sia sperimentazioni cliniche che ricerche scientifiche sono orientate al primo caso: e questo perché i paradigmi sperimentali durano molto meno (alcuni mesi invece che anche un anno), i costi della sperimentazione sono più contenuti, e mediamente le lesioni sono meno gravi poiché devono ancora cronicizzarsi. Questo a volte è uno specchietto per le allodole perché vengono decantati risultati che in realtà sono validi solo in particolari condizioni…in breve per alcuni dei pazienti a venire. Anche noi abbiamo condotto e pubblicato ricerche sulle lesioni acute per avere rapidi screening di nuove soluzioni e, nel caso delle molteplici variabili (=possibili soluzioni) che possiamo cambiare grazie alle nanotecnologie, risultati preliminari in breve tempo sono indispensabili ma siamo da 12 anni  impegnati soprattutto su quelle croniche: con tutte le difficoltà sopramenzionate che ne conseguono (tempi sperimentali molto più lunghi e costi triplicati), ma soprattutto con un occhio alla reale significatività e traslazionabilità dei risultati ottenuti o ancora da ottenere.”

5)  Come pensate di risolvere il problema della cicatrice?

“La domanda è breve ma la risposta è molto complessa e soprattutto non è certa ne’ a noi ne’ alla comunità scientifica in generale. Vi sono trial clinici e un gran numero di sperimentazioni facenti uso di enzimi per la degradazione dei componenti fondamentali della cicatrice stessa: questo è un ottimo spunto mirato ad indebolire la matrice. Noi di necessità richiediamo uno spazio per poter inserire i componenti del nostro scaffold (attualmente costituito da micro-tubi di circa 200 micron di diametro), ed attualmente per fare ciò pratichiamo un pre-trattamento per indebolire la cicatrice, che poi per il momento dev’essere rimossa parzialmente per via chirurgica. Ovviamente questa è una procedura rischiosa se condotta “ciecamente”, dovrebbe risultare invece una possibilità concreta nel prossimo futuro nel momento in cui ogni singola lesione viene prima studiata nel dettaglio con le più moderne tecniche di “imaging” attualmente a disposizione e dove viene poi prevista una rimozione parziale della cicatrice preventivamente “indebolita”, lasciando comunque un margine di sicurezza (una cicatrice di cuscinetto) tra il tessuto “sano” e la parte più interna che viene invece rimossa. Successivamente un’ulteriore trattamento di indebolimento sempre tramite enzimi può essere previsto in modo da facilitare l’ingresso delle fibre nervose nell’impianto. Chiaramente in questo caso un’accurata ricostruzione tridimensionale della lesione è indispensabile per poter intervenire chirurgicamente con cognizione di causa.”

6)  Nel 2011 la rivista ACS Nano ha pubblicato i risultati di una vostra ricerca in cui siete riusciti ad ottenere un recupero funzionale significativo in ratti con lesione spinale cronica, che progressi sono stati fatti da allora?

“Abbiamo continuato a migliorare l’approccio di allora che è stato come un incipit iniziale anche per il resto della comunità scientifica internazionale. Basti pensare che tali risultati sono stati annoverati tra le 5 più importanti recenti scoperte della nanomedicina  (Scientific American).  Ci siamo spinti oltre da un lato andando a migliorare ulteriormente la componente chimica e la funzionalità biologica dei biomateriali utilizzati,  dall’altro andando a includere trattamenti aggiuntivi (pre e post-operatori) che risultano indispensabili per avere risultati ancor più convincenti. I miglioramenti riscontrati nei risultati preliminari sono già convincenti ma, purtroppo per i motivi di cui dicevo prima tra cui costi e lunghezza della sperimentazione, è preferibile che non mi sbilanci ora poiché la sperimentazione è ancora in corso. Filo conduttore nostro è comunque quello di integrare più strade o già percorse da altri o trovate da noi e fonderle in maniera sinergica in un’unica terapia complessa (e multi-disciplinare) ma dai risultati ancor più promettenti. Altra prassi ben consolidata, per correttezza sia verso la comunità scientifica sia verso chi legge questo pezzo e tutti gli eventuali futuri pazienti, è quella di comunicare e discutere solo di risultati definitivi e pubblicati in riviste scientifiche internazionali, ovvero approvati da terze parti, in modo da garantire l’imparzialità della valutazione scientifica. Noi non abbiamo ricette magiche e/o segrete.”

7)  Avete collaborazioni con altri istituti di ricerca?

“Certamente, tra le nostre collaborazioni più importanti annoveriamo l’Ospedale di Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, con il quale condividiamo sezioni importanti dei nostri progetti, e la “Cell Factory di Terni”. Tra le altre collaborazioni rilevanti abbiamo quelle con gruppi di ricerca appartenenti al Massachusetts Institute of Technology, al Lawrence Berkeley National Lab, alla University of Alberta, all’Università di Milano-Bicocca, alla University of Florida, alla Edmonton University, all’Università di Trieste ed altri.  Siamo inoltre sempre intenzionati a collaborare con nuovi gruppi poiché, sebbene la multi-disciplinarietà del centro sia comprovata, è comunque necessario collaborare per raggiungere i massimi obiettivi possibili. Spesso invece si assiste a un rinchiudersi dentro la propria “ricetta”, che per quanto questa possa essere promettente è cosa alquanto sbagliata e limitante perché 1) spesso le intuizioni più dirompenti avvengono per l’intrecciarsi di più campi del sapere e 2) il target della rigenerazione delle lesioni spinali è estremamente complesso e ben al di sopra di un solo tipo di approccio.”

8)  Quali sono i passi necessari per arrivare a sperimentare sull’uomo le vostre scoperte scientifiche?

“Indubbiamente per arrivare alla sperimentazione clinica servono risultati da enti terzi in modo da avere comprovata la riproducibilità del nostro approccio. Noi come dicevo stiamo nel frattempo apportando ulteriori migliorie sempre nell’ottica di verificare la traslazionalità del nostro approccio in ambito clinico. Detto questo dovremo produrre le nostre bioprotesi in standard GMP per soddisfare i criteri di qualità necessari per la sperimentazione clinica. Se e solo se tutte queste fasi saranno soddisfacenti passeremo all’ultimo passaggio fondamentale, avvieremo tutte le procedure burocratiche per ottenere le autorizzazioni del caso. Ad ogni modo è necessario ancora del tempo per arricchire la mole dei nostri dati. In modo da convogliare gli sforzi ed i costi (umani e non) della sperimentazione clinica verso una terapia potenzialmente promettente e sicura per il paziente.”

9)  Esiste qualche ostacolo particolare?

“Purtroppo al momento è triste dirlo, ma l’ostacolo principale è l’ottenimento dei fondi per finanziare le nostre ricerche: abbiamo un tremendo potenziale ma con fondi contenuti andiamo a “marcia ridotta” e questo allunga inevitabilmente i tempi.”

10) Che risorse economiche sono necessarie per arrivare ad essere pronti alla prima sperimentazione sull’uomo?

“La domanda è alquanto delicata ma rispetto ad anni fa possiamo dire che grazie alle infrastrutture che abbiamo partiamo da un buon punto. Per quanto riguarda la ricerca necessitiamo fondi per mantenere ed espandere il nostro personale (e quindi la rapidità con cui otteniamo i risultati). A questi successivamente vanno aggiunti  fondi dedicati per la produzione esclusiva in regime GMP delle bioprotesi ed ovviamente per le pratiche di ottenimento dell’ok per la sperimentazione clinica di fase 1. A questo livello purtroppo il conto è salato e già dell’ordine di alcuni milioni di euro.”

Ringraziamo il dr. Gelain per il suo prezioso lavoro e per la disponibilità e l’opportunità che ci ha concesso.

 Cure Girls Arcangela e Loredana