Barbara: A real Cure Girl

A few days ago, Barbara published this post about her 30th anniversary of her life on a wheelchair. Read it carefully and maybe you will understand why we are struggling so hard for a cure.

Cure Girl Loredana

Barbara

When I was 12 years old I had already passed my first anniversary in my wheelchair and I couldn’t imagine there would be 29 more. Probably no one imagined that, perhaps the doctors neither, the first white coats I met during these long 30 years said: “There is currently no cure for spinal cord injury, but science may bring promising news in the near future.”

I guess that more or less this was the refrain of many doctors at the end of the Eighties, maybe even my parents were told this. Today, we can say that science has made important discoveries, sometimes even extraordinary. But it’s not enough. Unfortunately, there are so many protagonists involved in a spinal cord injury, and each one has a precise role and is connected to another only in a certain way. To restore all the connections, and thus to make the signals pass through the spinal cord again, every single role needs to be restored. When I was admitted to Montecatone Rehabilitation Hospital, in Imola, Italy, (October 1987), a doctor told my father: “Cases like your daughter, twenty years ago would have been deadly. Today at least we can make people live”. Of course the quality of life is different depending on the type of injury and the severity of paralysis, even if we talk about a pathology that doesn’t result only in paralysis. I can’t describe details in a post, but you can find all the information you need on internet, if you are interested. Here is an example that is worth any reference book. If you are really unlucky, an injury may involve the highest part of the spine.

In the first three cervical vertebrae paralysis involves all four limbs, in addition to the muscles for breathing. You are dependent on a mechanical ventilator as well as for all the activities of daily living. This has happened to Christopher Reeve, the actor who played Superman. He fell from horseback in 1995 and sustained an injury at the first cervical vertebra. Immediately he became a spokesman for all people with sci, struggling to get funds for a cure. In an interview years ago he said: “I want to toast my 50th birthday on my legs!” He celebrated his 50th birthday, but not on his legs, and he was not allowed to postpone for his 60th. He died at 52, nine years after his injury, because of a heart attack, resulting in complications of a pressure sore. And this is one of the “invisible” consequences of a spinal cord injury. Maybe you’re wondering why I talked about Superman in a post on the anniversary of my injury. Because I was one step from his own destiny. Because, although I have a serious motor deficiency, I think there are other thousands of people who would give their soul even just to breathe without that pipe in their throat all day. And this could be possible only if there was a cure. That’s why struggling to support scientific research seems to me the most obvious thing to do. Of course, I am aware that I probably won’t be here anymore when a definitive cure will be found, a cure that makes paralysis due to spinal injuries reversible. But I prefer to help leaving to the next generation a world where those who sustain a spinal cord injury could hear these words: “Don’t worry, now there is a cure and you will walk again soon”.

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Cure Girl Barbara

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Pensieri di una Cure Girl determinata

Qualche giorno fa la nostra Cure Girl Barbara ha pubblicato questo post relativo al suo 30° anniversario di vita in sedia a rotelle. Leggetelo con molta attenzione e forse capirete per quale motivo lottiamo così fortemente per una cura.

Cure Girl Loredana

Barbara

13 agosto 1987 – 13 agosto 2017

Ufficialmente si fa terminare il periodo dell’infanzia a 12 anni.
Quando ho compiuto 12 anni avevo già superato il mio primo anniversario sulla sedia a rotelle e, ovviamente, non potevo immaginare che ce ne sarebbero stati altri 29.
Probabilmente nessuno lo immaginava, forse neppure i medici, i primi camici bianchi che ho incontrato durante questo lungo periodo.
“Al momento non esiste una cura per le lesioni spinali, ma può darsi che nel prossimo futuro la scienza ci porti notizie incoraggianti”.
Immagino che, più o meno, questo riuscivano a dire i dottori agli sgoccioli degli anni Ottanta; e forse è ciò che è stato detto anche ai miei genitori.
Oggi possiamo dire che la scienza ha fatto scoperte sì incoraggianti e, a tratti, anche straordinarie. Ma ancora non ci siamo.
Purtroppo sono tanti i protagonisti coinvolti in una lesione spinale, e ognuno ha un suo ruolo preciso ed è collegato a un altro soltanto in un determinato modo. Per ripristinare tutti i collegamenti, e permettere così di riattivare la circolazione dei segnali, bisogna ridare ad ognuno il proprio ruolo.
Quando entrai la prima volta nel centro di riabilitazione di Montecatone, a Imola (ottobre 1987), un dottore disse a mio padre: “I casi come sua figlia, vent’anni
fa, sarebbero stati mortali. Oggi almeno riusciamo a far vivere le persone”.
La qualità della vita poi varia a seconda del tipo di lesione e della gravità della paralisi; anche se parliamo di una patologia che non ha come conseguenza solo la paralisi.
Non si può descrivere tutto in un post, ma i mezzi per informarsi ci sono, per chi è interessato.
Qui riporto un esempio che vale un’intera enciclopedia. Se si è davvero sfortunati, una lesione può coinvolgere la parte più alta della colonna vertebrale. Nelle prime tre vertebre cervicali la paralisi coinvolge tutti e quattro gli arti, oltre i muscoli per la respirazione. Si è dipendenti da una macchina per respirare, oltre che per tutte le attività della vita quotidiana.
Questo è capitato a Christopher Reeve, l’attore interprete di Superman.
Cadde da cavallo nel 1995 riportando una lesione alla prima vertebra cervicale.
Si è fatto subito portavoce di tutte le persone mielolese, battendosi per ottenere fondi per la ricerca di una cura.
In un’intervista anni fa disse: “Voglio brindare ai miei 50 anni sulle mie gambe”!
I 50 anni li festeggiò, ma non sulle sue gambe, e non gli fu concesso di rimandare magari ai 60 anni. Morì a 52 anni, nove anni dopo la lesione spinale, a causa di un attacco cardiaco, conseguente a complicazioni di un’ulcera da pressione.
Ecco, questa è una delle conseguenze “invisibili” di una lesione spinale.
Forse vi state chiedendo perché ho parlato di Superman in un post sull’anniversario della mia lesione. Perché sono stata a un passo dal suo stesso destino. Perché, nonostante abbia io stessa un grave deficit motorio, penso che ci sono altre migliaia di persone che darebbero l’anima anche solo per respirare senza quel tubo piantato nella gola tutto il giorno. E questo potrebbero farlo soltanto se ci fosse una cura. Perciò lottare per sostenere la ricerca scientifica mi sembra la cosa più ovvia da fare. Certo, sono consapevole che probabilmente non sarò più qui quando arriverà una cura definitiva che renda reversibile la paralisi dovuta alle lesioni spinali.
Ma preferisco contribuire a lasciare alle prossime generazioni un mondo in cui chi subisce una lesione spinale possa sentirsi dire:
“Non si preoccupi, ora abbiamo una cura e presto ritornerà a camminare”.